Nuvole

Poesie – Racconti – Pensieri

la quiete nella tempesta — 14 gennaio 2016

la quiete nella tempesta

ardiranno cime innevate
scuotersi in slavine impazzite
per sgretolare comode
nevai distesi su dolci pendii

Dovrà l’aquila infrangere
l’ingenuità delle lepri,
sorprendendo le loro difese
per la condanna a morte.

La foga dell’occhio del ciclone,
le nervose faglie della California,
il caos impietoso di una battaglia
la quiete nella tempesta.

Il sangue rimbomba nelle cavità temporali schiacciando la mente,
piccole ghiandole esondano schizzofreniche in flussi bestiali
il corpo reagisce all’ambiente sorvolando su logiche e convenzioni:
inevitabili rifleteranno scontri insoluti e involontari effetti.

il silenzioso frastuono delle vene
la pace in fondo ad un bicchiere
il caos impazzito nella mia testa
la quiete nella tempesta.

Non ho un minuto per stabilire l’inizio delle mie azioni
vedo sassi rotolare in apparente immobilità sull’asse terrestre
come giovani metropoli che spandono innocenti sezioni planetarie
siamo bloccati dalle descrizioni, punti fermi in partenza perenne.

Anche quest anno si scioglierà il ghiaccio
distruggendo chi si opporrà al suo cammino,
come un violino nel silenzio di un’orchestra
la quiete nella tempesta.

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poesie 2015: Blues — 6 gennaio 2016

poesie 2015: Blues

CUBO

Ho un cubo tutto mio,
l’ho edificato con le mie mani,
Ci sono voluti tanti anni,
tanti giorni sacrificati,
per rendermi conto
di aver costruito un cubo vuoto.

Osservo il mondo e ci giro attorno,
ammiro le cose di cui mi circondo,
Poi silenziosamente faccio ritorno
e al solito lo trovo disadorno
guardo il mio cubo e provo dolore
quando vedo questo enorme spazio vuoto.

Ho provato a riempirlo con libri,
droghe alcol e altre parole,
evitando delusioni sincere
e illogiche manommissioni.

Ogni tanto mi impegno,
provo a riempirlo,
Ma non riesco a staccarmi
da questo buco vuoto.

posseggo tante cose , ne ho il comando,
Compro, leggo. scambio, vendo.
Ma alla fine dei conti, il mio cubo,
Continua ad essere tremendamente vuoto.

 

BOLERO DEL VENTO

È stato come essere due foglie
che annoiate si lasciano cadere
nel mezzo della baraonda
dal resto della fronda.

Incontrarsi per caso
perdersi tra le parole
in un abbraccio innocente,
In un bacio spensierato.

Tu verde e ancora acerba
come l’erba primaverile
Io grigio sotto l’egida superba
di un autunno ormai in divenire.

È stato un abbraccio, un bacio
e poi un altro e un altro ancora
finché il vento ci ha lasciati a roteare
finché senza volontà ci siamo fatti trasportare,

folata dopo folata illuso
che quell’istante in cui incontrai il cielo
fosse rimasto fuori dal tempo
fosse un invito al bolero del vento.

E mentre accettavo di spogliarmi dalle bende
l’ultima brama per le tue labbra si arrende
scivolando verso terra, lontano
scivolando come due sconosciuti quali siamo
in un viaggio senza tempo
nel nostro bolero del vento

A ringiovanire, ad invecchiare
a lasciarci svanire, a farci trasportare
pensando che quel bolero stanco
sia stato solo uno scherzo del vento.

FIOR DI JACARANDA

sfioriva la jacaranda lungo il viale
passavamo mano nella mano insieme
a chilometri di distanza l’un dall’altro
navigando in questo livido fiume viola.

con immenso dolore terminò la primavera.

le api ebre di polline
danzano di fiore in fiore,
sboccia un primo amore
in una promessa senza fine.

due uccelli migratori e stabili
schiavi delle loro comodità
senza più impulsi naturali
prigionieri della civiltà.

tutto cambia e rimane uguale
le stagioni, i profumi i colori
la floreale danza delle api
la scoperta dei primi amori.

due uccelli migratori e sedentari
schiavi di pose post industriali
troppo presi da questioni e accessori
senza remore passano api, fiori e amori.

non sarò il tuo rifugio, ne tu sarai mia
non cambierenno la mia anima, il tuo cuore
ci sarà una vita in cui sarà solo la pazzia
come giovani api o come un effimero fiore.

UN GIORNO DI PIOGGIA AL BAR

sono andato in porto con un porto
un giro di valzer con il mirto e poi
e poi mi sentivo spento
avevo i pensieri di cemento
e non c’era motore da accendere
e non c’era niente da fare
ero come un triste lamento
ero come un lampione spento.

cosa fare in queste occasioni
se non prendere pessime decisioni
meglio un bicchiere di porto
e un giro di valzer con il mirto
perché alla fine sono momenti
anche questi ti rendono vivo
e magari non capisci il motivo
tanto scorderai tutto domani

sai non ho più voglia di pensare
mi faccio un giro per la strada
e poi parlo di qualcosa con te
così mi libero di un pò di merda
lo so che non ti importa
ma non importa neanche a me:
come può interessarti del mare
in un giorno di pioggia al bar?

tra l’altro ho deciso di uscire
uscire e rientrare prestissimo
non posso più essere d’aiuto
voi starete facendo altro,
i gabbiani pensino a volare
le facende mie sono solo mie
finché non pesti i piedi altrui
finché non ti fai una coscienza bipartita

SERPENTE

sono qui, tutto preso dalla mia coscienza
cerco di stabilire contatti con un io sconfinato
alterno stabili pensieri a follie criminali
e poi mi ritrovo sempre a pensare alle tue docili coscie chiare

non so quale sia stato l’ostacolo sul mio cammino
e non ricordo più a quale complesso mi senta vicino
ho solo il presentimento che questo mio pensare
mi porti sempre alla dolce visione delle tue dolci coscie chiare

in fin dei conti mi sono fatto un pensiero sbagliato
troppe aspettative e neanche un ringraziamento
anno dopo anno ho capito che il mio passato
mi ha dato un sublime suggerimento: non sono un portento.

e mi ritrovo ancora qui, preso dai miei ragionamenti
la testa ormai evita di ragionare, quanto basta
tutti pensano che pensare sia solo un ostacolo
è un problema generazionale, lo terrò a mente

e perché essere così cinici, senza saper far niente poi,
un serpente che si mangia la coda due volte.
Si, mi sveglio e questo è il mio stato d’animo abituale:
sono un cazzo di serpente senza testa ma con due culi

infine mi lascio andare, finisco di sognare,
comprendo il momento: gli occhi si spalancano a rilento
ritorno alla mia vita, al mio umile abitare
e penso alle tue due splendide coscie chiare

in fin dei conti mi ero fatto un’idea sbagliata
troppe aspettative per un riconoscimento
anno dopo anno l’idea si è rivelata
solo le tue coscie, il resto è superfluo.

DONNA DI DRONE

non so dove sei stata,
in realtà non l’ho mai saputo,
in fondo non ti conosco
a dirla tutta va bene così

ti devo acettare così come sei
non hai mai voluto niente
solo una botta e via
solo un’innocente esplosione

e mentre tu tornavi ai tuoi affari
io sono qui in preda alle macerie
non posso più guardare il cielo
non posso senza averne paura

ma a dirla tutta va bene così
appari dal nulla guidata dal progresso
demolisci le mie convinzioni
ti fai desiderare per poi sparire

e mentre tu torni ai tuoi affari
io rimango qui seduto in silenzio
aspettando qualcosa di migliore
qualcuno che mi dia piacere

qualche anno fa non l’avrei immaginato
pensavo che il futuro fosse normale
pensavo che il progresso ci avrebbe salvati
ma non pensavo ad un drone femminile

a qualcosa guidata dall’altro lato del mondo
a qualcosa di così devastante, rapido e ignoto
pensavo più a pace, amore e prosperità
ma in me c’è solo guerra, dolore e miseria

avevo riposto le mie speranze in te, drone femminile
ma sei solo un inutile passatempo per bambini
per bambini troppo pigri per giocare al mondo
pensavo che mi avresti salvato.

L’ONDA

restavamo immobili per ore su quelle panchine
a parlare ridere continuamente fumare
finché la testa non poteva che scappare via
e sentivo il collo tirare come un mulo

allora anche i miei occhi la seguivano
e vedevo le nostre schiene sedute nella panchina
e vedevo me stesso ridere e parlare
e nel mentre ero la dietro ad osservare

ogni tanto tornavo nella mia testa
ma una volta evaso e difficile rientrare
e così partivo alla ricerca di nuovi mondi
ero una mosca, o forse un pippistrello nella notte

così finchè non mi buttavo nel letto
e iniziavo a cadere, un grande roteare
tutto girava nel buio della mia stanza
una volta immensa mi avvolgeva

ero un fragile fuscello spinto dalla corrente
la testa era lontanissima, non c’era più
e io afferravo i miei piedi per capire qualcosa
mentre il vortice mi faceva girare ancora di più

era difficile rialzarsi
la dentro c’era tutto il dolore
ma il piacere è difficile da scordare
molto più difficile del dolore

e allora si ripeteva il ciclo, la testa volava via
il corpo rimaneva senza nessun controllo
senza misure, senza nessun consiglio utile
tutto perso in un ennesimo vortice di paura

era impossibile nuotarci dentro
non c’era una corrente da seguire
potevi solo essere sbattuto qua e la
senza riuscire a farti trascinare

la testa era rientrata da poco
ma ormai era quasi una sconosciuta
meglio che tu stia fuori! ripetevo
mentre quel vortice era diventato routine

aspettavo l’onda senza mai prenderla
era lei a prendere me

ODE AL BARBARO PAESANO

finte orde di bruti si preparano all’invasione
un paio d’ore per il trucco e poi il parrucco
il fine è sempre lo stesso: la devastazione.

conoscono la civiltà ma d’altro è il loro succo,
apprendono il giusto per permettersi l’ingresso
di floreal motivi vestiti e pettinature di stucco.

si accalcano, farfugliano bramando un amplesso
minacciano, spingono, rovinando qualsiasi ambiente
tramando tra l’uscio e il cesso per un pò di gesso.

e di colpo si sveglia il loro barbaro dormiente,
con la forza conquistano lo spazio facendolo loro
il furfuglio si fa ruggente, il caos è imminente:

prima di tutto si riunisce il peggior concistoro
insieme individuano l’ignara vittima sacrificale
e partono all’azione contro il pubblico decoro.

l’eroe prescelto si scola il suo ultimo boccale,
uno sguardo sbagliato è il pretesto per lo scontro
e così si parte per la devastazione del locale.

l’eroe colpisce la vittima, ma non v’è riscontro
invece di stramazzare la vittima reagisce potente,
i barbari non sanno che fare e parte l’autoscontro.

l’ambiente è rovinato, il gestore assiste impotente,
per fortuna la vittima è saggia e accoglie una risposta,
l’eroe, abbandonato, si scusa, il silenzio è struggente.

l’eroe incassa e si prepare a vendicare la batosta
mentre l’orda si ritira con la coda tra le gambe
preparando un’altra delle sue inutili scorribande.

Le tre esse — 24 dicembre 2014

Le tre esse

Caldo, fa veramente caldo stanotte.

Come altre migliaia di persone mi sto rigirando nel letto per spiccicarmi di dosso le lenzuola bagnate dal sudore. Giro il cuscino, alzo i piedi in aria, rotolo su me stesso. Mi alzo, prendo una bottiglia di acqua dal frigo e bevo: spero che  l’acqua gelata abbasserà per un pò la temperatura corporea, e così, forse, riuscirò ad addormentarmi. O almeno riposare un pò. No, niente.

Esco in balcone in mutande, accendo una sigaretta. Il fumo provocato dalla combustione del tabacco non aiuta, anzi. Mi infilo le infradito, un paio di pantaloncini corti, una canotta dal cesto della roba sporca e esco: c’è un bar proprio qui sotto, sono sicuro che una birra concilierà il sonno.

Il bancone è deserto. Luigi, il proprietario, mi lancia un’occhiataccia. Chiedo una birra e lui un pò scocciato me la serve con molta poca delicatezza. Poi, ravvedendosi, mi allunga una ciotola di arachidi e si versa anche lui un bicchiere. Dall’altra stanza del locale sento un tintinnio di monete, mi affaccio. Noto due uomini sulla quarantina che fissano lo schermo di una slot machine. Improvvisamente da una di queste iniziano a piovere monete, il giocatore ne prende una manciata e le inserice nella slot accanto e in quella accanto ancora: le sue azioni sono ora più frenetiche, colpisce i pulsanti della macchinetta con più intensità, sbatte nervosamente una moneta contro la slot centrale mentre si dondola sopra lo  sgabello. Sembra indemoniato, gioca contemporaneamente in tre macchine, preme hold in quella di destra poi rilancia in quella sinistra, nel mentre a destra a perso tutto e anche a sinistra non sta andando molto bene. Continua solo in quella centrale e, dopo gli ultimi  flacidi assalti al tesoro,  mette la mano in tasca e prende un’altra moneta. Come sotto ipnosi compie dei gesti meccanici con la quale scandisce il tempo delle giocate. L’altro nel mentre deve aver perso tutto quindi assiste defilato alla triste sorte del suo “collega”. Pochi minuti fa aveva a disposizione 250 euro. Ora gliene saranno rimasti una trentina: si gioca per partecipare, non per vincere. Finiti i soldi entrambi escono dalla saletta delle slot e se ne vanno senza neanche salutare Luigi. Aspetto che escano e mi siedo in una slot, butto 5 euro e me ne rende più di 250 dopo aver premuto un paio di volte un solo pulsante. Prendo i soldi e me ne vado, pagando la birra per me e per Luigi. Rientro a casa.

L’alcool è un tremendo alleato del caldo. Inizio a sudare più di prima. Decido allora di prendere uno sdraio da mare e posizionarlo nel balcone. Una leggera brezza mi rinfresca. Ma non riesco ancora a dormire. Il traffico si è fatto imprevvisamente intenso e  il retino plastificato dello sdraio, conficandosi nella pelle è tuttuno con la mia schiena. Basta! Mi alzo per l’ennesima volta, mi rimetto i pantaloncini e la canotta e decido di uscire per una passeggiata senza meta.

Esco e dal nulla compare un bus. Appena apre le porte l’aria fresca e artificiale del climatizzatore mi investe invitandomi a salire. Chiedo all’autista quale sia il capolinea e la frequenza, ma noto che è ha un paio di auricolari e non sente niente di quel che dico, non mi degna di uno sguardo. Mi siedo in un posto in fondo e mi godo questo fresco inaspettato.

Un paio di fermate dopo la mia salgono un gruppo di ragazze, una di loro tiene in mano uno smartphone a cui è attaccata una piccola cassa dalla quale esce una di quelle canzonette commericiali estive che si sentono nei locali, nei negozi di abbigliamento e ai semafori.  La più grande avrà 20 anni e sembrano essere un pò alticce: la più vestita (che sembra essere anche la più giovane)  indossa un paio di shorts e una maglietta di un paio di taglie più grande. Lei e altre due stanno sedute. Solo una resta in piedi da quando è salita non ha smesso di ballare. A prima vista sembra la più carina del gruppo.  Anche lei indossa un paio di shorts, ma i suoi non lasciano niente alla fantasia, le sue chiappe sono quasi del tutto di fuori. E anche la canotta che indossa lascia intravedere molto più di quello che  normalmente dovrebbe celare.  Mentre alza le braccia per ballare vado chiaramente che non indossa il reggiseno, poi si china in avanti per abbracciare un’amica e vedo perfettamente il suo seno. Ora anche un’altra si alzata e balla insieme all’amica. Anche questa è molto poco vestita. Fortunatamente non mi hanno notato, ma decido di spostarmi per non sembrare un maniaco.

Improvvisamente una brusca frenata, vedo una delle ragazze volarmi di fronte e dopo aver afferrato un palo mi cade sopra facendomi sbattere la testa al vetro. Non passa neanche un secondo che anche l’altra, quella con il culo fuori, atterra sopra le mie gambe e, nel ricercare l’equilibrio, mi pesta un piede. Imbarazzate si rimettono in piedi, ci fissiamo per qualche istante e sorridendo gli dico “stavo proprio desiderando che due belle ragazze cadessero ai miei piedi”, ma non faccio in tempo a finire la frase che l’autista con una brusca accellerata fa riperdere l’equilibrio alle ragazze che si ritrovano per la seconda volta sulle mie cosce. Mi rifissano più imbarazzate di prima e iniziamo a ridere tantissimo quasi da sentirci male. Si avvicinano anche le altre ragazze un pò preoccupate, ma le amiche e  la mia faccia sembrano rassicurarle e così si presentano: le due che mi sono piovute addosso si chiamano Irma e Alessia, le altre sono Federica e Alessandra. Si siedono accanto a me e Irma, la prima a cadermi sopra resta seduta sulle mie ginocchia, mentre Alessia sta accanto. Le altre due invece sono inginocchiate al contrario sui sedili davanti al mio. Iniziamo a parlare e mi chiedono se voglio bere. Dalla borsa Alessia tira fuori una bottiglia di vodka e una di succo all’ananas: mi mette contemporaneamente le bottiglie in bocca e bevo. Poi beve anche lei allo stesso modo  facendo cadere un pò di vodka su di me e fa lo stesso con le amiche. Dopo questo giro finiscono la vodka e Federica alza al massimo il volume della musica e si mettono a ballare intorno a me. Non mi sembra vero, mezz’ora fa ero in bar squallido a bere birra scadente con un barista che non vedeva l’ora che me ne andassi. Ora sono in mezzo a quattro ragazze mezzo nude e mezzo ubriache che sembrano voler passare la nottata con me. Mentre ballano Irma si china verso di me per prendere qualcosa dalla borsa di Alessia e per la seconda volta mi fa vedere le tette: la ragazza prende il sole in topless perchè non noto nessun segno dell’abbronzatura. Dalla borsa tira fuori un’altra bottiglia di vodka e continuiamo a bere. Chiedo alle ragazze dove stessero andando e mi dicono che vanno in spiaggia perchè a casa c’è troppo caldo. Bene, penso, non avevo pensato di andare in spiaggia in questa notte bollente, ma mi sembra la soluzione migliore. Tra le innumerevoli canzoni commerciali della playlist delle ragazze parte una perla “me cago en el amor” di Tonino Carotone: ormai ubriaco inizio a cantare e le ragazze, più sbronze di me, cantano in coro divertite.

Arriviamo alla spiaggia e scendiamo subito. Abbiamo finito l’alcool ma loro vogliono ancora bere. Andiamo verso un bar e mi dicono che se ho qualche euro per comprare  qualche birra. Sono uscito senza motivo e quindi non ho granche con me. Infilo la mano in tasca per contare le monete e spuntano 250 favolosi euro vinti al bar. Chiamo le ragazze e le invito in un localino poco lontano proprio sulla spiaggia. All’ingresso il buttafuori  fa storie perchè non siamo vestiti abbastanza bene. Alessandra chiama al cellulare un suo amico che lavora in quel locale e dopo averlo incontrato ci fa entrare senza problemi. All’interno c’è una bella serata, andiamo subito al bar e ci facciamo un giro di cocktail, poi iniziamo a ballare tutti insieme. Irma si avvicina al dj e gli chiede qualcosa. Poco dopo parte “me cago en el amor” in una versione remixata molto tamarra. Però tutto il locale sembra conoscere la canzone, tutti cantano urlando e si abbracciano. Anche noi balliamo abbracciati in un’euforia ubriaca che domani avrà le sue conseguenze. Finita la canzone ci sentiamo un pò stanchi e allora propongo alle ragazze di bere vodka e redbull per attivarci un pò. Alle 3 e mezza facciamo il quarto giro di voka-redbull, ma dobbiamo uscire, Federica non si sente bene, è diventata bianca e non riesce a stare in piedi. Nel mentre abbiamo perso Alessandra, Irma dice di averla vista messa malissimo andare via con suo cugino e altri suoi amici, Alessia invece pensa che sia addormentata da qualche parte dentro il locale. Intanto Federica sta per vomitare quindi la portiamo fuori per riprendersi un pò. Mi rimangono ancora una cinquantina di euro: prendo qualche birra e andiamo verso il mare.

Federica si è addormentata nello sdraio di uno stabilimento, mentre io Irma e Alessia ci sediamo in riva con i piedi in acqua. Mentre parliamo Alessia mi abbraccia e insieme crolliamo a terra. Subito dopo anche Irma si butta su di me e mi dice “scommetto che anche ora stavi desiderando che due belle ragazze cadessero ai tuoi piedi”. Avvicina le sue labbra alle mie e mi bacia mentre Alessia bacia mi bacia il collo e mi acarezza, poi si scambiano mentre ricambio baci e carezze. Irma si alza in ginocchio e si toglie la canotta dicendo “tanto non è niente che tu non abbia già visto” e Alessia la segue spogliandosi del tutto e togliendo di dosso anche i miei vestiti. L’ecittazione ormai è la nostra padrona, le nostre mani percorrono i nostri corpi nudi toccandoci ovunque e insieme rotoliamo verso il mare avvinghiati in una stretta erotica. Ora le onde ci avvolgono completamente. Ritrovo Irma sopra di me e iniziamo a fare l’amore. La prendo sui fianchi e la sposto per mettermi sopra di lei, ma Alessia mi impedisce di alzarmi: ora faccio l’amore con lei e Irma mi bacia in bocca. Riesco a mettermi sopra Alessia. Le onde continuano ad investirci lavando i nostri corpi nudi. Irma si sposta e va a fare un tuffo. Bacio con passione Alessia e la seguo in mare. Ora bacio Irma con l’acqua che ci arriva alla pancia, lei sale sopra di me e riprendiamo a fare l’amore. Da dietro sento i seni di Alessia che mi abbracciano e con le mani mi carezza il petto. Un’onda insolitamente alta ci travolge e ci riporta a riva. Loro ricadono sulle mie cosce, e  così come era successo in pulman ci guardiamo e iniziamo a ridere a crepapelle. Ci spostiamo sulla spiaggia e abbracciati completamente nudi ci addormentiamo. Ci svegliamo che il sole è già uscito da un pò. Irma si riveste e va svegliare Federica. Anche io e Alessia ci rivestiamo e insieme andiamo verso il bar più vicino. Facciamo colazione tutti insieme senza parlare troppo. Chiamo un taxi ma ha solo 4 posti, decido di tornare col bus. Pago la corsa alle ragazze e le saluto calorosamente. Poi vado alla fermata prendo il bus e mezz’ora dopo sono a casa. Faccio una doccia, mi butto a letto ancora ubriaco dalla notte appena passata e mi addormento profondamente.

Verso le 2 del pomeriggio sento squillare il telefono, rispondo:
“è successo un casino! Alessandra è in ospedale, l’hanno massacrata quegli animali! Devi venire subito, abbiamo detto alla polizia che eri con noi ieri notte e ti vogliono interrogare! Vieni ti prego! Hanno detto che finisce male per tutti!”

Incompiuta — 19 dicembre 2014

Incompiuta

Infestante resistente, difficilmente reperibile,
come la miseria dei veri cristiani.
Io annuisco a cenni come i cani,
sputacchio parole come un balbuziente,

affetto da un acquazzone improvviso
di incontrollabili pensieri e sogni inespressi.

Parole che si spezzano in mille paure,
sperando che l’anima colpisca forte,
sperando che la luna sovrasti le tenebre
e si illumini solo per te.

Senza più autolesionismi compiacenti,
senza fiammate e finti complimenti.
Adotterò una speranza, sul tuo viso
mi cullerò pensando al tuo sorriso.

Ma una catena mi blocca
spezzandomi per sempre
senza pelle, senza ali
precipito nel vuoto.

Non sarò mai tuo
non sarai mai mia
nient’altro che un ricordo
non sarò più io.

Argo — 17 dicembre 2014

Argo

Ero un cucciolo, tu un giovane irresponsabile.

Mi salvasti da morte certa prendendoti cura di me, strappandomi dalle mire degli altri animali.

Per due anni non mi separai mai da te. Per due anni fui l’ombra dei tuoi passi, un amico insperato in quel serbatoio di dolorosa penitenza.

Poi non ti vidi, non sentì più il suono della routine, tutto cambiò e nessuno si accorse di me. Mi abbandonasti nella collina e per vent’anni continuai a vivere nascosto tra i resti del castellaccio.

Mi sento vecchio e inutile, i miei occhi non distinguono più il giorno dalla notte, le mie ossa sono diventate pesanti.

Tuttavia il mio fiuto è rimasto sempre lo stesso e questa mattina giuro di aver risentito il tuo odore: le forze che pensavo perdute sono riemerse e ho iniziato a correre come non facevo da tanto tempo.

Scesi verso il porto seguendo il tuo odore, ma una volta arrivato eri andato via. Fiutai in giro e ti seguii verso cala Reale, ma mentre correvo il tuo odore si fece sempre più lontano, per poi svanire del tutto.

Arrivai al paese, salii verso la chiesa e ancora fino al carcere nuovo poi verso il vecchio ma niente, eri come scomparso nel nulla, probabilmente immaginai tutto.

Così, senza nessuna speranza di rincontrarti per un’ultima volta, mi accasciai a terra, arrendendomi, cullato dall’infinito rumore delle onde che si infrangono sugli scogli e dalle dolci carezze del vento.

Quest’isola, il luogo in cui sono nato e in cui ho passato tutta la mia vita, pare che mi stia consolando e allo stesso tempo accogliendo tra le sue braccia.

Ma se sto morendo, vorrei tornare nel luogo in cui ci incontrammo per la prima volta: ricordo che tu scagliasti pietre nel mare quando sentisti i guaiti di un cucciolo solo e indifeso.

Raccolsi le mie ultime forze e arrancando scesi verso il molo piccolo e, con immensa sorpresa, ti vidi porgere un fiore nello stesso punto in cui mi trovasti tanti anni fa mentre una lacrima ti solcava il viso.

Quasi strozzandomi lanciai un ultimo latrato e tu, sentendo quel suono familiare ti  voltasti verso di me. Vidi il volto di un vecchio, sciupato da chissà quale vita e riconobbi i tuoi occhi che mi  fissavano con immenso stupore, gli  stessi occhi del mio salvatore, quelli del mio più grande amico.

Dopo tanto tempo risento il tuo abbraccio, le tue lacrime bagnano il mio dorso, mentre io con un sorriso, caro amico, ti affido i miei ultimi respiri.

L’anziano e il Leone. —

L’anziano e il Leone.

Savana, alba di un giorno caldo.

Oggi la società “neuronesocialmarketing” mi ha mandato a intervistare alcuni animali. Qui, all’incrocio della strada centrale con la grande Acacia ancora non si vede nessuno. Alla riva del ruscello idem, intravedo solo qualche coccodrillo che si sistema per accogliere gli altri animali nell’ora di punta.

Bene, ho visto dei cespugli muoversi, sicuramente qualcuno sta arrivando dalla grande radura centrale. Ecco, ecco, intravedo un felino, maschio, sui 7 mesi, forse ha un anno. Lo avvicino.

Int: Buongiorno, Mi permette qualche domanda?  Leo: No, no mi scusi, non posso, ho fretta, devo salire su quella collinetta per vedere se stanno arrivando gli Gnu.

Int: Guardi signor Leone, ci vorrà solo un minuto, al massimo due
Leo: Ascolti vado, al ritorno può domandarmi quello che vuole.
Int: Va bene, la aspetterò qui, sotto l’Acacia. Se vede che sto intervistando qualche altra bestia potrebbe cortesemente attendere qualche minuto? Sa lei è un giovane lavoratore, è proprio il target ricercato dalla mia azienda per i suoi questionari.
Leo: Va benissimo, che sia una cosa breve. Int: La ringrazio. A dopo.

Il signor Leone si allontana a sud est verso la collina. Da nord iniziano ad arrivare varie specie di uccelli, anche gli insetti si alzano in volo e nell’ansa del fiume vedo i primi Ippopotami: ogni giorno la stessa scena, ogni giorno qualcuno si emoziona nel vederla in un documentario del canale culturale, ma per tutti i residenti della Savana è una noia mortale.

Bene, vedo Leone che ritorna. L’antilope che sto intervistando nel vederlo mi dice che ha fretta e con un balzo salta via.
Leo (ride):  Ho fatto scappare la sua intervista?
Int: Non si preoccupi, era la terza Antilope che intervistavo, dicono tutte le stesse cose, correre verso l’erbaio, correre verso il fiume, correre via dalle leonesse, correre via dai ghepardi e così via. Ma mi segua, andiamo ad accomodarci in un posto più tranquillo, qui tra poco passeranno gli elefanti e creeranno un pò di trambusto. Mi segua.

Il signor Leone mi segue fino ad una radura non troppo lontana dove ci sono anche altri suoi simili che sono appena usciti dai rispettivi giacigli e si preparano per la giornata.

Int: Bene, volevo innanzitutto sapere se le va bene se questa intervista diventi un flusso di coscienza, così da non doverci più intervallare in questo schema “intervistatore-intervistato”
Leo: Per me va benissimo, le etichette non mi sono mai piaciute.

Bene, abbiamo un giovane lavoratore, penso che non sia stato assunto da troppo tempo, le sue zampe e il suo viso non sono ancora solcati dalla vita e nei suoi occhi traspare una luce ideale che la dura vita che lo attende non è ancora riuscita a spegnere. Bene. Quali sono i suoi rapporti con il lavoro? come l’ha trovato e come pensa possa essere il suo futuro? Guardi lavoro ormai da 2 mesi per un’azienda familiare che è in piedi da non so quante generazioni. Alla prossima generazione saremo certificati come puri e potremo esporre un nostro marchio certificato. Però qui intorno ci sono centinaia di aziende del tutto identiche alle nostre. Non voglio screditare il nostro lavoro, però si guardi intorno, le risorse non bastano per tutti, le zone da sfruttare oggi giorno sono poche e molti ricorrono a mezzi illeciti per sopravvivere. Ma non avete una regolamentazione? Non c’è nessuno che comanda e regola ad esempio le zone di competenza delle diverse specie? Si si, ci sono degli amministratori, ognuno ha i suoi, ma sono troppi e troppo gelosi dei loro interessi da pensare più alla custudia di quelli che dei nostri geni. Ad esempio i nostri rappresentanti sono dei Leoni anziani di una famiglia che ha una linea di purezza di 25 generazioni. Nessuno li ha mai visti fare altro, stanno nella valle dove c’è la maggior concentrazione di prede e si prendono le femmine migliori. Ma non vale solo per noi, qui è la legge: i vecchi ricchi non fanno niente e si prendono il meglio, mentre noi giovani ci prendiamo gli scarti e sembra che non avremo neanche il diritto a diventare vecchi. Il mese scorso ho proposto di indire una riunione con tutti i predatori di questa radura per scacciare  via gli elefanti che, distruggendo gli erbai, stavano impedendo agli altri erbivori di nutrirsi, e senza loro noi siamo morti. Beh, sa cosa mi ha detto l’anziano coccodrillo arrivato dalla zona dove il fiume è sempre pieno? Mi ha detto che nessuna legge impedisce agli elefanti di razzolare nei nostri erbai e che in mancanza di altro ci saremo dovuti accontentare degli elefanti. Un paio di giorni dopo scopro che nella zona di questo coccodrillo era stata fatta una leggettina che impediva agli elefanti di abbeverarsi in quella parte del fiume, e così quelle bestie sono venute da noi e ora stanno distruggendo tutto. Io avevo proposto che gli elefanti potessero rimanere nei nostri erbai solo per due ore prima del tramonto, regolamentando di conseguenza l’acesso agli erbai e alle rive del fiume di tutte le bestie. Ma gli anziani mi hanno detto che io non ero nessuno, che ero troppo giovane e che dovevo fare un sacco di strada prima di proporre qualcosa al consiglio dei predatori di zona. Hanno sminuito la mia proposta solo perchè sono un giovane, anzi non hanno preso proprio in considerazione la mia proposta ma hanno guardato solo la mia età e la mia inesperienza in ambito amministrativo. E allora cosa si deve fare per poter proporre qualcosa in questo mondo animale? Si dovrebbero passare anni e anni a fare il galoppino di qualche vecchio Leone, o addiritutra peggio di qualche altra bestia, per imparare il lavoro secondo le loro dispozioni. Si dovrebbe entrare in quel sistema per poterlo modificare. Ma una volta dentro il sistema, sei tu che ti devi adeguare perché altrimenti non arrivi mai al punto in cui potresti fare qualcosa per cambiare il sistema, e una volta arrivato ti rendi conto che sei tu stesso il sistema e cambiarlo significherebbe cambiare la tua figura, la tua persona. E allora sei costretto ad adeguare il tuo pensiero a quello di tutte le altre bestie. Cosa si dovrebbe fare? Esistono diverse soluzioni, le più reali sono quelle di scatenare una rivoluzione e ammazzare tutti i vecchi per sostituirli. Ma è così che loro sono saliti al potere tanti anni fa: una volta al potere hanno pensato a proteggersi da avvenimenti simili a quelli che li ha portati al potere, dimenticando le reali motivazioni per le quali si erano ribellati. Un’altra opzione è quella di lavorare, vivere normalmente delegando le questioni superiori agli altri, ossia lasciando che ognuno faccia il proprio lavoro, con la pancia piena ovviamente.
Un giovane se non è introdotto dall’alto difficilmente può cambiare qualcosa, le cose sono così da troppo tempo, le nostre giovani vite non sono niente contro la millenaria legge della giungla.

Capisco signor Leone, capisco le sue perplessità però mi sembra che il sistema abbia ancora delle regole: lei dice che solo una rivoluzione potrebbe cambiare le carte in tavola, ma siamo ancora in una giungla democratica, ci sono libere elezioni. Ascolti le elezioni sono inutili se i candidati sono sempre i soliti quattro noti, ossia il leone anziano con il suo harem di minorenni, l’ippopotamo della capitale, quel vecchio coccodrillo rompicoglioni e il capo degli elefanti. Loro ci sono da tanto tempo e comandano tutto da quando le scimmie hanno avuto diritto di voto: da allora  si spartiscono  gli erbai, si spartiscono le prede, le femmine, pure gli alberi che fino a qualche tempo fa erano liberi ora sono controllati da questi qua. Capisce, si parla tanto di legge della giungla, di regole innate, di morale animale, ma alla fine dei giochi la legge è rappresentata da questi quattro animali.

Molti giovani animali sempre più spesso scelgono di andare via dalla giungla, molti si spingono verso le riserve protette, dicono che li ci sono regole precise, che li c’è una prospettiva di vita reale, cosa ne pensa un giovane Leone qualificato come lei? Guardi non passa giorno che non ci pensi, cercare di mangiare il più possibile in questa stagione e durante il periodo in cui tutti vanno in letargo andare verso la riserva. Però è un paradosso, la maggior parte dei giovani se ne stanno andando verso le aree protette, qui restano solo quei quattro vecchi con lo stomaco pieno. Contemporaneamente da sud arrivano orde di animali deboli e affamati che sono stati cacciati dall’avanzata dell’uomo. Sa prima quei posti erano come questo, quasi identici. Poi gruppi di animali rivoluzionari hanno ribaltato l’ordine e si sono messi a capo di quelle zone e per anni si sono accomodati sui loro privilegi. Nel mentre l’uomo si è spinto verso i loro territori e li ha costretti ad andarsene perché dovevano sfruttare le loro risorse. Ora ci fanno una concorrenza sleale, gli avvoltoi stanno perdendo il lavoro perché questi immigrati non lasciano nemmeno le carcasse, prendono tutto e spavantano le prede. Quindi è ovvio che un giovane leone qualificato come me pensi di andarsene verso la riserva naturale. Ma ripeto: è un paradosso, quelle riserve sono state create dagli uomini per proteggere la fauna e l’ambiente in generale dagli stessi uomini. Capisce in quale stupido paradosso siamo costretti a vivere? Tra pochi anni le riserve diventeranno i confini tra l’uomo e le bestie, non saranno altro che degli immensi zoo completamente artificiali in cui non si comprenderà più nulla, quali siano le bestie, quali gli uomini: niente, non capiremo più nulla, ci troveremo a navigare nel mare della quotidianeità per reitare all’infinito vite vissute innumerevoli volte, per conservare la specie, per vivere una vita felice, per invecchiare serenamente, per foraggiare le agenzie funebri e per essere gettati in un ossario appena sarà svanito un nostro ultimo ricordo. Un leone qualificato oggigiorno dovrebbe pensare poco.

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